Attori si nasce, non si diventa

Quando dopo l’ennesimo fallo in prova venni redarguito pesantemente; e quando in fine di rimprovero per incapacità mi si disse:

“ATTORI SI NASCE, NON SI DIVENTA”, risposi:
“REGISTI SI DIVENTA, NON SI NASCE”.

Quella che doveva essere la più infelice delle risposte, divenne infine il mio cavallo di battaglia e da quel giorno tutto cambiò.

Sembra strano, anche perché il regista era uno di quelli che sembravano l’Ergo sum, utilizzatore del cogito secondo cui “Penso e dunque sono” Dunque, tu non pensi quindi non sei.

Davanti a un essere così… Maestro di scena, autoritario come… Hai presente un mussoliniano militante del fascio? Si, proprio così. Non ci puoi discutere.

Avevo appena 16 anni del resto, che cosa avrei potuto pretendere di più?
La scuola più che un’accademia era una non meglio identificata organizzazione artistica di stampo teatrale aperta a tutti, compresi i defunti.
Ah, quelli, te li raccomando. Sembrano guide maligne più che cadaveri, schiavi del genio maligno che suggerisce loro bestialità in contrasto e contrapposizione alle logiche, le più elementari.

Ed io, a 16 anni, lì a mettere in dubbio certezze e convinzioni di chi di metodo se ne intendeva. Mi sembrava d’essere un discepolo di Cartesio.
Invece no. Ero solo un ragazzino, un pensante secondo me e dunque anch’io esistevo… Esisto, mi dicevo. Presi coscienza di ciò e continuai la mia intrapresa attività artistica.

A 17 anni mi fu concesso di interpretare una piccola parte.
Quella volta in cui salii sul palco, lo ricordo ancora, alla faccia del Maestro che mi osteggiava, feci la bravata di improvvisare una scena mettendo da parte quella che il “Maestro” mi aveva imposto: un monologhino di appena 5 minuti.

Come la regia si rese conto delle mie intenzioni, immediatamente venne chiuso il sipario ed io rimasi lì, nascosto al pubblico. Solo un attimo, perché di subito oltrepassai la barriera del sipario e mi piazzai al centro del proscenio, a braccia tese, indice aperto verso il pubblico.

Qualcuno, non ricordo chi, tentò di portarmi via, ma fu impedito dal mio “spirito guida”, quello che fece scoppiare un boato di applausi da parte del pubblico, convinto che quella scena facesse parte della rappresentazione teatrale in atto. Rimasi perciò finalmente solo davanti al mio primo pubblico.

Improvvisai un monologo che poi si trasformò in un dialogo col pubblico.

Partii da molto lontano, esattamente dalla cosiddetta mela dell’albero del giardino dell’Eden convincendo gli astanti che non si trattava di una mela, ma di un non meglio identificato frutto che la bella Eva colse e mangiò e che poi diede ad assaggiare, giusto un assaggino, al suo bell’Adamo.

In quel monologo entrò il serpente con la sua suadente voce fascinosa; e gli angeli con i loro cori e poi, infine, la voce imperiosa di Dio, infierente contro la povera coppia caduta in basso, ma così in basso, da ritrovarsi in quattro e quatt’rotto su questo pianeta terra a tribolare e mangiare il pane solo con il sudore della fronte.

Per questa scena mi sono appropriato di ben 28 minuti, ma vi giuro ne è valsa la pena.
Di una cosa soltanto sono dispiaciuto, che quella mia improvvisazione mise in seconda luce il resto dello spettacolo.

Da allora porto avanti il concetto secondo cui “ATTORI SI DIVENTA”, non si nasce.

Serve solo un po’ di coraggio; basta non farsi annientare dalla prepotenza, dalla balordaggine, dalla insipienza di chi crede di “pensare” per cui è.

Allora, tu pensa. Se basta così poco per essere, pensa, tanto pensare non costa niente, lo fanno tutti, è gratis. Ma il fare è tutt’altra cosa; il fare è la lampanza, l’evidenza di un qualcosa che resta, che lascia il segno, l’impronta del tuo “essere”.
Vanità delle vanità anche questa.

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