San Francesco spettacolarizzato in RAI

San Francesco spettacolarizzato in RAI.

San Francesco d’Assisi è senza dubbio una delle figure più straordinarie della storia, ma cosa succede quando il suo messaggio rivoluzionario e la sua spiritualità profonda passano attraverso il filtro della televisione generalista?

Spesso la RAI ha dedicato ampio spazio alla sua figura, ma il rischio – tra fiction, grandi produzioni e narrazioni pop – è quello di scivolare nella spettacolarizzazione, smussando gli angoli più scomodi e radicali del suo pensiero per adattarlo al grande pubblico.

Siccome si tratta di un argomento affascinante e complesso, che merita un’analisi seria e non un semplice commento sbrigativo, ho deciso di scriverci un approfondimento. Ho racchiuso questa riflessione in una guida in PDF di sole 4 pagine.

All’interno del documento affronto tre nodi cruciali:
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Il Francesco della TV e Il Francesco della Storia: le differenze tra la narrazione televisiva e la realtà storica e spirituale.
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I meccanismi della spettacolarizzazione: come i palinsesti e le logiche degli ascolti modellano la figura del Santo.
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Cosa si perde nel racconto: quali parti del suo messaggio autentico vengono inevitabilmente sacrificate per lo share

San Francesco spettacolarizzato in RAI
San Francesco spettacolarizzato in RAI

QUESTIONE DI FEDE

Roberto Benigni e San Francesco di Assisi

(Autore: Giovanni Nachira)

Oggi, 4 Ottobre 2026 non ho assistito al programma RAI 1 con Benigni che racconta san Francesco. Mi sono allontanato dal televisore per mettere nero su bianco le mie considerazioni e allora mi sono posto un quesito:

    1. Affidare a un attore citazioni di fede inerenti un contesto prettamente ecclesiale a mio avviso è solo un affare mediatico che nulla a che fare con la fede, con la vita e con la predicazione di un santo.

      Cosa ho risposto?

Che affidare a un attore citazioni di fede in un contesto ecclesiale, di autenticità ne ha ben poca, perché il racconto non nasce da un’esperienza spirituale reale, ma da una voglia di spettacolarizzarlo in una performance.

Io ho avvertito questo:

Che c’è una distanza abnorme tra la natura profondamente vissuta della fede e la mediazione di un interprete professionista, anche se in alcuni contesti comunicativi mediatici la scelta può avere motivazioni più o meno legittime legate alla chiarezza, alla qualità espressiva o alla necessità di raggiungere un pubblico più ampio.

A mio avviso uno spettacolo inappropriato; e le ragioni del mio obiettare le scrivo qui sotto.

        Autenticità:

    • la fede, posta in un contesto liturgico o ecclesiale, va vissuta come intima spiritualità di ogni singolo credente. Un attore, per quanto professionalmente preparato, lo si può percepire come “prestato” in un ruolo che non gli appartiene interiormente.

      Spettacolarizzazione:

    • C’è il rischio che il messaggio religioso venga trasformato in un prodotto di forma estetica, tale da oscurare la sua reale dimensione spirituale e di testimonianza di fede.

      I ministri e i fedeli:

    • C’è una tradizione, quella ecclesiale, antica, custode dei misteri divini, chiamata a proclamare la Parola. Condividere riflessioni di fede è un atto che appartiene alla comunità credente e penso che delegarlo a un attore può apparire come una dislocazione del suo significato.

Le ragioni dei Media

    • Bisogno di chiarezza:

    • E’ convinzione che un attore professionista sia in grado di rendere un testo complesso più comprensibile; e va bene in un contesto di eventi pubblici, conferenze, festival iniziative culturali o altro, ma non, -a parer mio- in contesti teologici.

    • In contesti non liturgici, anch’io condivido il principio secondo cui una buona interpretazione può aiutare a raggiungere persone lontane dalla pratica religiosa, ma a chi spetterebbe il compito di farlo? A un attore? Forse sì, ma se credente e praticante. Il suo sarebbe un dialogo più appropriato, credibile.

      E la Chiesa?:

    • E’ risaputo, è evidente, è sotto gli occhi di tutti che la Chiesa ha una lunga storia di dialogo con le arti; in alcuni casi, l’uso di attori è visto come una forma di collaborazione culturale, ma non come sostituzione della testimonianza di un rapporto di “Fede” in Dio. Quale dunque l’intenzione? Tutta questione del contesto in cui la si considera:

    • Durante la liturgia,

    • la proclamazione della parola di Dio è un atto ministeriale e comunitario: Per questo motivo ritengo che affidare a un attore un discorso ad alta valenza spirituale sia un “fuori luogo”..

    • Cultura o catechesi?,

    • Una sostanziale differenza caratterizza le due forme di comunicazione, tuttavia ammetto che può divenire uno strumento comunicativo legittimo, purché non oscuri il contenuto spirituale dell’argomento in questione.; in fondo a scelta può essere coerente con il linguaggio del mezzo attraverso il quale l’evento viene presentato: Video? Documentario? Progetto artistico?

RIFLESSIONI  su San Francesco spettacolarizzato in RAI

Il punto non è tanto “attore sì o no”, ma come preservare la verità del messaggio evitando che la forma prevalga sulla sostanza. La sensibilità ecclesiale tende a privilegiare la testimonianza vissuta rispetto alla performance, ma riconosce anche che la comunicazione contemporanea richiede linguaggi diversi.

Ne sono consapevole, tuttavia insisto sul “chi” possiede i requisiti per poterlo ideare questo diverso linguaggio. Benigni? No!

      1. Il suo vissuto è costellato da interpretazioni artistiche a tutto campo, anche di sfondo peccaminoso. La fede è un atto di conversione che nulla a che vedere con la spettacolarizzazione di un evento che la Chiesa celebra in memoria di un uomo che ha disdegnato la vita mondana per celebrare la Verità Divina.

Il percorso artistico dell’attore Benigni si fonda su interpretazioni tra dissacrazione e sacro; la prima fase della sua carriera parla chiaro: Irriverente tra satira politica e sue parodie nelle questioni sacre, con l’utilizzo di un linguaggio trasgressivo, di solito grottesco e spesso meta-discorsivo.

Meta-discorsivo? Esatto, un modo di dire, di fare eloquio da gran letterato sino a discorrere spiegando in parole povere ciò che realmente intendeva dire.

Ma è anche risaputo che nei primi anni mette in scena un’irruenza che sfida autorità, religione e morale comune, come nel Pap’occhio (1980), anno in cui fu anche accusato di vilipendio alla religione.

E non finisce qui, perché il personaggio di Cioni Mario, creato con Giuseppe Bertolucci, è segnato da un rapporto problematico con Dio e con il mondo contadino, tra disperazione e ironia e perché no? Sarcasmo e ribellione. La bestemmia, nel contesto della tradizione popolare toscana da lui esasperata, non è un mero insulto gratuito, ma una preghiera al contrario. È un grido di rabbia e di ribellione contro un Dio sordo che sembra aver dimenticato gli ultimi della terra.

Ma c’è dell’altro:

il “peccato” Benigni lo muta in comicità. il Piccolo Diavolo (1988) ne è un esempio. Benigni gioca esplicitamente con la figura del diavolo;

Ancora prima, in Tu mi turbi (1983)da regista si spinge a ideare episodi che ne fanno una parodia tra la religione e la spiritualità, specialmente nel contesto in cui fa da babysitter a Gesù bambino, visto da lui come un infante capriccioso e dispettoso.

E poi c’è la sua satira televisiva, trasgressiva nel suo frasario, scomposta negli atteggiamenti.

Forse sto esagerando, ma in tutta coscienza, ho sentito il bisogno di fare critica costruttiva a beneficio di un discorso di “fede cristiana” di cui l’intera umanità abbisognerebbe. Già, perché la mia visione va oltre il limitato confine che un potere oscuro impone.

Come san Francesco mi faccio portatore di esempio. Lui non ha scelto la povertà per una questione di fede; Francesco ha detto una cosa: Voi, che siete stati condannati alla povertà dai potenti, affidatevi a Dio, non ribellatevi loro con la violenza, non abbandonatevi alla disperazione, per Dio, secondo l’insegnamento di Gesù, voi siete beati, perché il Regno di Dio è vostro.

Altresì sono beati anche i poveri di spirito, ma è un tutt’altro contesto.

Torniamo a Benigni. E’ vera la sua metamorfosi? Come mai da dissacratore quale era, ha indossato la tuta del predicatore? Potremmo dire: “Le vie del Signore sono infinite” ma a mio avviso non in questo caso.. Analizziamo questo suo processo involutivo.

da dissacratore diventa interprete del sacro, della Costituzione, dei Dieci Comandamenti, della Commedia dantesca, adesso di san Francesco e magari nel tempo anche di altri celebri personaggi della fede cristiana.

Di lui si dice che il cambiamento è una risposta a un bisogno culturale italiano, “profondamente cattolico”, con l’intento di ricomporre l’immagine divina precedentemente dissacrata.

Benigni in questa sua mutazione non percorre la strada dei santi, non si rende umile, ma interpreta (per interesse di visibilità e per denaro) il ruolo nuovo, divenendo addirittura una figura istituzionale.

Cosa che non mi sento di condividere. Per me resta un bravo attore nel vero senso del termine. Un professionista che ha voluto regalare al suo pubblico comicità, risate, irriverenza, trasgressione, estemporaneità, valori non comuni ma… Ma la parola di Dio nulla a che fare con logiche di mercato d’arte.

Se Benigni parla della Costituzione italiana va bene; se parla della “Divina Commedia (che di divino ha ben poco) va bene ugualmente, ma se con i suoi interventi tocca la Chiesa e il suo disegno divino no! Non va più bene.

E se certi ministri di culto ecclesiale in qualche modo ipotizzano una sorta di attendibilità nell’operato artistico di Benigni, forse lo fanno in tolleranza relativa, però non priva di critica, fondata sull’accoglienza, principio fondante del cattolicesimo.

IL PRIVILEGIO  ( San Francesco spettacolarizzato in RAI )

    1. Dare a Cesare quel che è di Cesare: Un monito, un avvertimento, una riflessione che la dice lunga su quanto l’esigenza di televisioni e Media vari abbiano bisogno di spettacolarizzare tutto, anche il contesto Biblico, senza tener conto che in questo caso “cesare” è la Chiesa, soltanto la Chiesa. Questo è il mio pensiero.

San Francesco spettacolarizzato in RAI.
San Francesco spettacolarizzato in RAI

La frase citata richiama il bisogno di distinguere il sacro dal profano (o dal mondano che dir si voglia), ricordando che ogni linguaggio artistico, politico o religioso perde verità quando invade lo spazio che non gli appartiene.

Cosa significa davvero “ciò che è di Cesare”

L’espressione è evangelica, non è un invito alla separazione obbligata, ma a una distinzione fatta con discernimento.

Cesare per Gesù rappresenta l’ordine civile, la gestione del potere, la dimensione pubblica, mentre Dio rappresenta ciò che non può essere ridotto a spettacolo

Quello di Gesù è un richiamo, un distinguo, per non cadere in confusione perché ciò che è Sacro non è oggetto da palcoscenico e il potere non deve travestirsi da spiritualità nella gratuita forma che crede sia possibile.

La mia riflessione precedente sottolineava come la fede sia un atto di conversione, non di spettacolarizzazione. In questo senso, la frase che ho citato “dare a Cesare ciò che è di Cesare ha un significato ben preciso, suddiviso in tre avvertimenti:

    • attenzione a non trasformare il sacro in intrattenimento;

    • attenzione a non usare il linguaggio religioso come ornamento culturale;

    • attenzione a non confondere la testimonianza spirituale con la performance artistica.

L’ACCUSA

Non è un’accusa a Benigni, ma un richiamo più ampio, nel senso che quando l’arte tocca il sacro, deve farlo con consapevolezza del limite che qui sostengo debba attuarsi a scanso di equivoci perché la mondanità non assorba il sacro e lo renda innocuo; che la parola di Dio e tutto il contesto di religione cristiana non diventi retorica civile; che la fede non venga percepita come evento mediatico, ma resti un cammino spirituale, individuale.

E concludo

“Ciò che è di Cesare” non è un confine per limitare, ma per proteggere il sacro dalla banalizzazione che oscurerebbe il principio di Fede, trasformandolo in puro spettacolo.

In sostanza, è un invito alla misura, alla sobrietà, all’uso dei linguaggi, al discernimento…un invito alla conversione.

4 Ottobre 2026

(San Francesco spettacolarizzato in RAI )

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