LA POESIA AI GIORNI NOSTRI
Non dirmi perché mai il tempo non si conta
I giorni sono troppi per attribuir loro il numero
Eppure nei miei anni vivere m’è parso secoli,
Interminabile spaziotemporale, percorso
Nella miriade di eventi occorsi
In una successione che non m’ha dato tregua.
Soltanto un attimo, però, l’ho preso,
Sfuggito al tempo che lo spazio ha perso,
Per ricrearmi un volto, un nome, un cuore,
superando la luce che pur viaggia forte.
Sono solo versi intentati per una poesia di getto, ispirata da ben altro oggetto che non siano mare, luna, natura, cielo, Dio, Angeli, donne o storie a qualsivoglia tema.
Parlano di scienza questi versi? A guardarci bene dentro, sì. Però, non è mia intenzione soffermarmi su questioni scientifiche. Ho solo preso termini che richiamano studi di Einstein, fini a sé stessi. Allora cambio direzione. Chi mi segue?
LO VISO MOSTRA LO COLOR DEL CORE

Infatti, se volessi proseguire la poesia, potrei andarmene altrove, cercare in altri meandri versi e parole adatte.
In questo caso il tema è costituito dagli eventi; Essi rappresentano il tormento di chi scrive, dichiarano che nella sofferenza un attimo vale un giorno, un anno un millennio, una vita l’eternità.
La sofferenza apre il libro della storia dell’umanità e lo fa attraverso i geroglifici dell’antico Egitto e non solo, ma anche con quelli ancora più lontani, i quali raccontano di un’esistenza dura riservata all’uomo.
Il Vecchio Testamento ci presenta Adamo ed Eva, il loro Creatore, il giardino dell’Eden nel quale furono posti. Ebbene, a un certo punto della creazione della razza umana, i capostipiti furono scacciati dall’Eden, luogo di benedizione, per essere “trasferiti” -consentitemi il termine- in una terra dove avrebbero dovuto procurarsi il cibo con il sudore della fronte, partorire con dolore.
Che sia vero o falso, la realtà parla una lingua ben comprensibile. Infatti, sotto gli occhi dell’umanità, si apre un sipario di sofferenza causata dalla discendenza di Adamo ed Eva: Caino e Abele, sono l’esempio -uno per tutti- del male che attanaglia l’uomo.
Sono vivo, dunque e mi consola,
Sapere che un dì si spegnerà il mio cuore
Ma la vita che mi resta voglio far mia,
Pensando al bene che l’anima chiede
Per non patire all’infinito pene non mie
nell’avverso tempo che me le riserba.
Sono un uomo, né robot e neppure santo,
figlio di terre che non regalano niente
Anche se invoco un attimo di pace:
Non c’è, me la prendo, caparbiamente.
IL CUORE
Aveva ragione Dante Alighieri ascrivere questo suo pensiero sul cuore. Anch’io concordo nel dire che il viso è l’espressione più vera del cuore. Ma chi è in grado di distinguere il cuore malvagio? Chi saprebbe riconoscere dall’espressione del volto il sentimento profondo di un cuore puro?
Credo nessuno. Ma l’espressione resta, immutabile nel tempo, quale avviso per i naviganti: LO VISO MOSTRA LO COLOR DEL CORE.
( La poesia ai giorni nostri )
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