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TEATRIAMOCELA

MUSICA POESIA E TEATRO CON GIANNI NACHIRA

GIORDANO BRUNO

DiGianni Nachira

Dic 11, 2016
La statua di Giordano Bruno

GIORDANO BRUNO IL RELIGIOFILOSOFO

Togliamoci ogni dubbio. Era un Filosofo o un religioso?

Una vita indubbiamente avventurosa quella di Giordano Bruno. Che Napoli (Nola) potesse dare i natali a un personaggio così avverso a qualsiasi forma d’altrui pensiero, ci può stare, perché è l’indole di quel popolo, ancora oggi irrequieto, ribelle, “inassoggettabile” a norme o regole comportamentali di sottomissione.

L’inquietudine fu la causa dei suoi guai. B. era ossessionato dal “sapere” che gl’imponeva studio ad oltranza; L’ansia di “prestazione” gli faceva commettere errori comportamentali con chiunque. Il suo tormento, dunque, fu il suo nemico primo.

Ancora giovane (17 anni), intraprese la carriera ecclesiale, dove in breve tempo divenne sacerdote e celebrò la sua prima messa. Non mancano, negli anni del suo cammino di diaconato, le sue prime manifestazioni di intolleranza alle “regole” e già contestava i  modi della Chiesa. Furbescamente, però, ritrattando le sue affermazioni, evitava le espulsioni dal convento dominicano, dove studiava da prete.

Non voglio tessere le righe di una biografia. Il mio intento è di fare chiarezza su alcuni punti circa il fondamento filosofico religioso che ha determinato lo “sconquasso” esistenziale, nei suoi brevi anni di vita.

Non voglio, tuttavia, tornare indietro nel tempo per ripercorrere le strade medievali del pensiero di una chiesa che stava tentando di riformarsi nel suo interiour, o guardare alle nascenti scienze che incominciavano a dettare fondamenti di verità “diverse” da quelle sino allora immaginate. Le teorie, infatti, si stavano trasformando in “pratiche”, in altre parole in dimostrazioni attraverso la riprova e la sperimentazione.

Voglio, invece, rivalutare il cammino di un uomo di grande sapienza. Il Bruno possedeva la conoscenza delle materie matematiche, fisiche, cosmologiche; era cultore e docente di teologia, maestro di mnemotecnica e proprio grazie a queste sue dottrine, riusciva sempre a sopraffare istituzioni e uomini. Fu un contestatore nato. Ebbe da dire contro il cattolicesimo; Divenne evangelista con Calvino e poi preferì il luteranesimo. Nessuna di queste scarpe era a misura del Bruno, tant’è che dovette fuggire anche da questi movimenti religiosi.

Guardando il suo profilo da questo ventunesimo secolo, mi viene di paragonarlo a quello di un nostro contemporaneo, Vittorio Sgarbi, in quanto a vizi e virtù, inquietudini e insofferenze. Oltranzista e polemico l’uno, insofferente e presuntuoso l’altro. Il rovescio dell’altro, vale anche per l’uno.

Ci troviamo di fronte a un personaggio, la cui mente trascende l’esigenza del quotidiano vivere in terra; Sembra che si sia auto proiettato in un “mondo che non c’è”, nel quale “deve, vuole” imporre ostinatamente (ragione o no), non soltanto il suo pensiero, addirittura la sua “legge”, quella che da “Mercurio mandato dagli dei” di cui sente l’investitura, vorrebbe imporre al mondo intero per riformare l’umanità.

La Chiesa di San Bartolomeo

Eppure, il Bruno conosceva (e la accettava) la Parola di Dio. Non né ha mai negato l’esistenza pur rendendosi eretico e, in fondo, alla croce che gli misero in faccia perché la accettasse, mentre bruciava nel rogo, egli guardava, con la fede di un cristiano.

Il bruno conosceva il salmo di Davide che dice:

 O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:
sopra i cieli si innalza la tua magnificenza.
Con la bocca dei bimbi e dei lattanti
affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.
Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell’uomo perché te ne curi?
Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:

gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi;
tutti i greggi e gli armenti,
tutte le bestie della campagna;
Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
che percorrono le vie del mare.
O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.

 

Perché, dunque, egli mise in atto moti d’irriverenza verso tutto e tutti? Il Bruno in fin dei conti era stimato in Italia, in Francia, in Germania, presso le coorti di re e presso tutte le istituzioni religiose. A procurargli quella stima era proprio il suo stato di uomo di cultura e di fede. Gli era poi sottratta, però, perché il Bruno rasentava il limite della decenza, del rispetto verso l’altrui pensiero, verso le convinzioni diverse di chi gli stava davanti, insinuando dubbi sulla Trinità, contestando la visione del divino, proclamata da S. Tommaso d’Aquino. Da grande estimatore di Aristotele qual è sempre stato, nei suoi moti d’irrequietudine, trova la maniera di criticare il conformismo che la Sorbona aveva assunto a proprio stile di conduzione scolastica. E ciò, soltanto per soddisfare un proprio istinto di “contraddire”, più che per denunciare metodi non idonei adottati da quella “Scuola”.

Egli si sentiva autorizzato imporre il suo pensiero sia nel campo politico, che in quello delle scienze, oltreché in quello religioso, abbracciandone dapprima le ragioni e il credo, per poi contrapporre e sostenere le sue teorie fondate sul “no” a tutto ciò che proveniva da altre fonti, anche se di tutto riguardo.

Tuttavia, a testimonianza della sua infinita arguzia e della sua “conoscenza”, i suoi trattati restano, quali vessilli elevati al merito di una grande mente aperta all’apprendimento, prima e all’insegnamento poi. Il Bruno non teneva per sé le materie di cui era cultore, ma le trasmetteva ai suoi allievi con la dovizia del Maestro cui interessa soltanto elargire sapienza che, poiché dono ricevuto, non poteva essere trattenuto a proprio uso e consumo.

La società di allora, fondata sul potere della Chiesa, intentò un processo contro Giordano Bruno. Da qui la sua condanna a morte.

La sequenza storica:

 I capi di accusa e la condanna al rogo

Il 20 gennaio 1600 Clemente VIII, considerando ormai provate le accuse e rifiutando la richiesta di ulteriore tortura avanzata dai cardinali, ordinò che l’imputato, “eretico impenitente”, pertinace , ostinato”, fosse consegnato al braccio secolare. Ciò significava, nonostante la presenza nella sentenza della solita ipocrita formula che invocava la clemenza del Governatore, la morte per rogo.

L’8 febbraio la sentenza fu letta nella casa del Cardinal Madruzzo e fu allora che il Bruno, come riferisce un attendibile testimone oculare (lo Schopp) rivolto ai giudici pronunciò la famosa frase “Forse avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che la ricevo”.

 Il successivo giovedi 17 febbraio 1600 – anno santo – venne condotto a Campo de’ Fiori con la lingua in giova” cioè con una mordacchia che gli impediva di parlare e qui, spogliato nudo e legato a un palo venne bruciato vivo ostentatamente distogliendo lo sguardo da un crocefisso, del quale stava condividendo la sorte ma che gli volevano far apparire come carnefice che dice:

“E’ Dio che ti ha condannato a morte”

Aveva messo in pratica e purtroppo sperimentato sulla sua pelle una considerazione di molti anni prima e cioè che “dove importa l’onore, l’utilità pubblica, la dignità e perfezione del proprio essere, la cura delle divine leggi e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte” (Dialoghi Ital. a cura di G. Gentile Firenze 1985 pp. 698-99).

Nel sommario del processo ci sono tramandati ben 24 capi d’accusa, ma soltanto 14 peraltro enunciati a memoria dal “testimone oculare” ci sono noti.Eccoli:

  1. Negare la transustanziazione;
    2. Mettere in dubbio la verginità di Maria;
    3. Aver soggiornato in paese d’eretici, vivendo alla loro guisa;
    4. Aver scritto contro il papa lo “Spaccio della bestia trionfante”;
    5. Sostenere l’esistenza di mondi innumerevoli ed eterni;
    6. Asserire la metempsicosi e la possibilità che un anima sola informi due corpi;
    7. Ritenere la magia buona e lecita;
    8. Identificare lo Spirito Santo con l’anima del mondo;
    9. Affermare che Mosé simulò i suoi miracoli e inventò la legge;
    10. Dichiarare che la sacra scrittura non è che un sogno;
    11 .Ritenere che perfino i demoni si salveranno;
    12. Opinare l’esistenza dei preadamiti;
    13. Asserire che Cristo non è Dio ma ingannatore e mago e che a buon diritto fu impiccato;
    14. Asserire che anche i profeti e gli apostoli furono maghi e che quasi tutti vennero a mala fine.

A torto o a ragione, una lotta aspra c’è stata tra quest’uomo e l’intero mondo istituzionale,  terminata nel cruento. Il Bruno arde nel fuoco voluto dal sommo istituto ecclesiale, ma i suoi scritti, come dicevo prima, restano. Essi costituiscono il patrimonio culturale di un’epoca in cui regnava la “babilonia istituzionale”, dove era anche probabile la ribellione del singolo individuo (appunto il Bruno o il Calvino, o Martin lutero). Insieme riformisti, ciascuno per proprio conto. Ma l’errore più grande compete al Bruno, la cui ostinazione, la cui irruenza, la cui ribellione, la cui illusione d’essere…(?) lo condusse alla morte.

Spettatore d’onore, Dio, dall’alto del suo cielo, guarda la terra, vede gli uomini operare. No acconsente, ma tace.

E’ dio che ha reso l’uomo libero di scegliere tra il bene e il male; E’ Dio che ha dato all’essere vivente la capacità di intendere e di volere; E’ Dio che…ama la sua creatura.

 

Ricerche studio e considerazioni a cura di Giovanni Nachira

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Gianni Nachira

E' presto detto: Da lavoratore, una volta raggiunta la pensione, sono riuscito a prendere in mano il sacco dove per anni sono state rinchiuse le mie passioni in campo artistico. Non è stato facile, perché l'età e l'impossibilità di farlo a tempo debito hanno parlato chiaro: "NON PUOI". Al ché io ho risposto: "Ma davvero?" Allora mi sono cimentato a fare teatro, a fare musica. FARE, CREARE, senza mollare e nonostante le difficoltà che la vita ancora oggi mi pone ad ostacolo, proseguo imperterrito sfidando il fato che da quasi sessant'anni mi assegna una sorte avversa. In questo mio sito ho messo insieme una parte di me e continuerò a farlo perché rimanga traccia di una storia di vita forse banale, ma comune a molti.

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