• 24/09/2021 02:41

TEATRIAMOCELA

MUSICA POESIA E TEATRO CON GIANNI NACHIRA

SAMBENE, IL CANTO DEL CONDANNATO

COSA ACCOMUNA ME ALLA CULTURA SARDA?

Cosa accomuna me alla cultura Sarda? Nulla, se non avessi imparato ad amare la Sardegna. Questo amore però l’ho pagato caro. L’ho pagato nel 1987, quando una banda di delinquenti ha totalmente rovinato la mia esistenza in termini di sussistenza. Peggio di un sequestro di persona; in quello infatti, salvo casi eccezionali, l’ostaggio è un prigioniero che conta per cui, nella maggior parte dei casi  viene rispettato. Io no! Nessun rispetto, anzi, l’intera mia famiglia è stata tenuta sotto minaccia da quel maledetto Febbraio del 1987 e sino a qualche anno fa. il motivo? L’imposizione del silenzio, pena la morte. Ma non escludo il ritorno, visto il mio intento di mettere in luce un dramma vissuto; per cui evito di fare nomi e luoghi.

E’ delinquenza comune questa, non è mafia, tuttavia ha assunto nel tempo aspetti sconcertanti, visto che puntualmente a distanza di tempo mi sono stati arrecati danni: Tentativo di furto di un furgone, due auto rubate di cui una data alle fiamme proprio nel paese del mio aguzzino, un’altra auto messa in condizioni d’essere rottamata. Ancora oggi, sullo sportellino della cassetta postale si può notare una croce fatta ad incisione probabilmente con un punteruolo.

Non sono sardo, non lo sono diventato, nonostante quest’anno abbia celebrato ben cinquantacinque anni di residenza in questa terra non mia ma che ho fatto mia restandoci, nonostante tutto. Non sardo, dunque e men che meno ricco di cultura propria attinente a fatti delinquenziali, a fatti di sangue, come è stato d’uso per i Sardi, almeno nelle zone in cui L’antico “Codice Barbaricino”, la legge di giustizia peraltro mai scritto, vigeva e che pur se di molto attenuato, ancora oggi fa sentire il suo valore.

Sono convinto che se l’atto delinquenziale che ho subito l’avessero compiuto a danno di un sardo, certamente la vittima avrebbe reagito applicando quella legge d’etnia che prevede la morte dell’artefice, stante la totale impossibilità a riprendersi economicamente e poter così mantenere la propria famiglia. Se non fosse stato così grave l’atto delinquenziale, comunque la vittima avrebbe ripagato della stessa moneta l’artefice del danno, in applicazione della vendetta sancita in quel “Codice” mai scritto.

UN REPERTO CALLIGRAFICO DATATO 1983

SAMBENE, IL CANTO DEL CONDANNATO

Correva l’anno 1983; Per non perdere del tutto l’interesse per la musica (la mia passione), mi dilettavo a comporre canzoni con l’uso di una vecchia chitarra acustica (oggi stravecchia e senza valore).
Da scrittore, poeta e autore di testi quale sentivo d’essere, non gettavo mai carte di appunti, poesie e anche canzoni.
Qualche giorno fa frugando tra vecchie scartoffie mi sono ritrovato tra le mani un testo di una canzone con gli accordi scritti sopra.
Sambene, il canto del condannato
Reperto calligrafico
 
Si tratta di una mia composizione che racconta una storia sarda, precisamente il “Codice Barbaricino”.
L’ho riletta e sono stato colpito da una forte emozione. Ho deciso così di riesumarla quella canzone ed ho cercato di ritrovarne il motivo suonandola con la stessa chitarra di allora.
Giorni duri, ma li ho affrontati con ostinazione e la caparbietà che mi ha sempre contraddistinto ha fatto sì che il motivo si materializzasse tra corde e voce.
Così, il 29 Giugno 2021, dopo ben 37 anni, la canzone l’ho resa definitiva, completa di arrangiamento.
Perché così tanto tempo? Mi si potrebbe chiedere. Semplice, perché la mia vita è stata segnata da gravi problemi che mi hanno impedito di dedicarmi alla musica.
Qualcuno lo sa, ma lo ripeto qui:
-IL 1966 FU L’ANNO DEL PRIMO ABBANDONO.
-TENTAI DI RIPRENDERLA NEL 1983, MA NEL 1984 DOVETTI MOLLARLA NUOVAMENTE.
-Nel 2003, FINALMENTE RIPRESI A DEDICARMI ALLA MUSICA E STAVOLTA E’ ANDATA MEGLIO, GIACCHE’ ANCORA OGGI SCRIVO CANZONI E LE ARRANGIO.
Sono arrivato così, in appena 18 anni a comporre 130 brani e per me basta e avanza e della popolarità, non è che me ne freghi molto.

UNA TERRA ISTRANZA

Provenendo dalla Puglia e trovandomi in una terra “istranza”, così diversa per territori, per usi e costumi, per cultura, ho cercato di viverci con interesse, procurandomi informazioni e notizie da varie fonti, nonché domandando, chiedendo, discutendo con molta gente nei diversi paesi, specie dell’entroterra. Volevo capire il mondo agro-pastorale che in fondo è stato il Padre della società sarda sin dai tempi antichi.
Fui colpito appunto da fatti di sangue che negli anni 60/70 accadevano, in odore di “faida” e ricordo ancora oggi i processi in Corte d’Assise ad Oristano, a cui partecipavo con grande attenzione ascoltando testimoni (omertosi quasi sempre) arringhe del PM e degli avvocati. Io all’epoca (1967/68) ero un carabiniere e servivo i processi in prima fila, alle spalle dei giudici. Vestivo la grande uniforme dei Carabinieri.Sambene,il canto del condannato
Forse lo stimolo a capire di più me l’hanno suscitato quei processi, una suggestione che mi ha portato ad andare avanti nella ricerca, forse, solo per un personale bisogno di “conoscere la Sardegna”, i suoi usi, i suoi costumi, le ragioni della “FAIDA”, la lingua; insomma, la sua storia.
Del resto, ricordo ancora il giorno in cui giunsi in Sardegna; la mia prima impressione fu quella di trovarmi in un altro Paese: “Questa non è Italia”, pensai tra me e me. Ancora oggi sono convinto di ciò.
Qualche anno fa scrissi una canzone in un misto di italiano e sardo che ha come tema l’emigrazione, la grande piaga di sempre della gente sarda. Si intitola “BONA VIDA”. Eccola.
 
SAMBENE, il canto del condannato
 
Quella di cui parlo oggi che scrissi nel lontano 1983, porta ugualmente il titolo in sardo, il cui testo si alterna tra l’italiano e la lingua sarda. La ragione per cui l’ho riportata in luce, in fondo la si deve anche al fatto che mi tocca da vicino, a causa del mio vissuto da vittima di delinquenti locali. Sì, racconto un fatto, ma ne comprende molti, forse tutti quelli che la storia Sarda conserva in memoria. E’ un po’ il mio disappunto nei confronti di un Codice antico che richiama sempre alla vendetta, anche dopo anni, tramandando, quasi sia una eredità, il compito della rivalsa ai figli e ai figli dei figli in una catena di morte che avrà fine solo quando tra le famiglie contendenti si pattuirà una resa, la pace.
Un più grande cantore dei fatti di sangue lo dice in una sua canzone: ” …che alla pace si pensa, che la pace si sfiora…”. Parlo di Fabrizio De André nella sua “DISAMISTADE”. Che poi, la sua “Disamistade” e la mia “Sambene” hanno  molto in comune, giacché viaggiano sullo stesso filo dell’interpretazione circa i risvolti del “Codice barbaricino”. 
Sambene, alla fine chiude con una strofa cantata in lingua sarda. Atto dovuto, secondo me, giacché interpreta il bisogno degli stessi nativi, i quali vorrebbero che si mettesse fine alla sequela degli omicidi per ragioni di “faida”. Dice così:
“Kantos annos galu s’hant at intexser arguras? (per quanti anni ancora si coveranno vendette?).
La traduzione dei versi l’ho affidata a un amico che li ha resi fedeli ad una forma poetica di notevole fattura. Lo ringrazio qui per il suo apporto. Grazie Pier Igino Lai.
SAMBENE, ASOLTA LA CANZONE
E QUI IL VIDEO

CURIOSITA’:

IL 22 FEBBRAIO 1966 LASCIAI IL MIO PAESE PER VENIRE IN SARDEGNA; IL 22 FEBBRAIO 1983 SCRISSI LA CANZONE SAMBENE. Una strana coincidenza, direi.

(Sambene, il canto del condannato)

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